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mercoledì, 09 luglio 2008

Inti–Illimani histórico: note a margine di un concerto
 
 
Copertina Esencial0001 ridottaConosco questo gruppo musicale cileno da trentaquattro anni, ho visto e ascoltato (goduto, insomma!) decine di loro concerti, ne ho seguito la traiettoria – esili, musica, percorsi, ritorni, voci, divagazioni, strumenti, separazioni, poesia – in modo abbastanza attento.
Forse non tutti sanno che, attualmente, esistono due gruppi autorizzati a portare il nome Inti-Illimani; mi riferirò in questo post al gruppo che assume il nome di Inti-Illimani Histórico.
A questo gruppo fanno capo Horacio Salinas – che dirige musicalmente il gruppo, gran chitarrista e compositore -; José Seves – compositore, polistrumentista e voce fra le più suggestive d'America -; Horacio Durán – maestro di charango, piccola chitarra meticcia e andina -.
Questi sono i membri “storici”: facevano parte del sestetto che il golpe di Pinochet sorprese in Italia nel 1973, nel corso del loro primo giro europeo (se consideriamo che agli Inti fu permesso tornare nel loro paese solo nel 1988 ci troviamo davanti alla più lunga tournée mai realizzata: roba da guinnes dei primati).
Dopo successive interruzioni della loro presenza nel gruppo, i due Horacio e José hanno dato vita a una formazione forte e rinnovata.
Gli altri componenti sono: Jorge Ball - venezuelano, polistrumentista e cantante, virtuoso con il cuatro venezolano a quattro corde – e un trio di giovani: Camilo Salinas – tastiere e fisarmoniche -; Fernando Julio – contrabbasso -; Danilo Donoso – percussioni -.
Sono sette bravi musicisti; non altrettanto facili da vedere nel nostro paese quanto l'altro Inti-Illimani (Nuevo Inti-Illimani).
Inti-Illimani Histórico mi piace molto, sono affezionato a loro, alle loro sonorità in costante evoluzione e conosco alcuni di loro di persona; ma non credo che nel mio caso si possa parlare di un fan.
Intanto perché già la parola "fan", più vicino ai miei cinquanta che ai quaranta, mi fa venire le bolle, ma soprattutto perché nel caso degli Inti non è pertinente parlare di "fan".
Mi ha sempre colpito, di queste persone, l'immensa disponibilità, la facilità con cui è possibile accostarle, la loro disposizione all'ascolto e voglia di ascoltare. Nel tempo, degli Inti si diventa amici, non fan.
 
Sono stato al concerto della Rocca Strozzi a Campi Bisenzio il 4 luglio scorso.
 
Come dicevo non è facilissimo vedere all'opera questo gruppo nel nostro paese, e infatti non avevo mai assistito a un concerto di questa formazione; avevo sentito il loro disco Esencial, uscito nel 2006, ricevendone una ottima impressione, ma mi mancava la prova dal vivo. Non ne sono stato deluso, e come me le centinaia di persone presenti ed attente.
I componenti meno giovani, con un'esperienza di migliaia di concerti insieme e la consapevolezza della propria storia, mantengono grande compostezza ed emozione e vivacità; Camilo, Fernando e Danilo, se non bastasse la loro perizia sui rispettivi strumenti, danno un apporto di personalità, freschezza e presenza sotto la guida dei loro compagni più grandi. È così che la ricerca di Inti-Illimani si arricchisce di un nuovo capitolo: maestri da sempre nella contaminazione musicale e culturale fra generi e tradizioni di paesi diversi, sono ora nel pieno di una contaminazione generazionale, a mio avviso brillantemente risolta nel rispetto dell'identità del gruppo e, assieme, nell'apertura a nuove tensioni.
 
Inti-Illimani Histórico.
Consiglio a tutti, se vi capita, di andare a vedere un concerto di questo gruppo; in alternativa è possibile acquistare (in rete non è difficile) il loro CD Esencial o il ben prodotto DVD con lo stesso titolo.
Ascoltateli senza fare caso ai molti luoghi comuni che sono circolati sul gruppo; si tratta di musica che fa bene, scritta e interpretata con maestria, per l'umanità.
 

postato da: GhanBuriGhan alle ore 22:18 | link | commenti (2)
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domenica, 15 giugno 2008

Questa ricetta l'ho inventata io, almeno credo.

Perché non è sempre facile sapere se uno ha inventato, in cucina; magari ci si impegna, si assemblano parti, si congetturano contrasti ed armonie di sapore, per poi scoprire di avere realizzato un ovo a i' tegamino.

In ogni modo, quando ho proposto per la prima volta questa ricetta mi pareva di inventare, e fino ad oggi non ho avuto notizie che esistesse di già.

La scrivo anche, come promesso a qualcuno (baci e arrivederci), perché non contiene nessuna parte di bestia morta.

INGREDIENTI

Pane carasau; radicchio rosso; olive nere; pecorino di media stagionatura; spicchio d'aglio; sale; olio (lo dico? extra-vergine d'oliva) - eventuali pinoli o noci e uvetta.

RICETTA

Devi prendere una padella e fare soffriggere in poco olio l'aglio intero (se lo schiacci un po' va anche meglio), quando è appena dorato metti il radicchio rosso tagliato a listarelle; fallo saltare fino a quando raggiunge un colore bruno-tabacco; spegni il fuoco e togli l'aglio.

Accendi il forno a 180°.

In una casseruola da forno metti una goccia d'olio e spargila su tutto il fondo, ciucciati il dito. Passa per un brevissimo istante un foglio di pane carasau nell'acqua e sistemalo sul fondo della casseruola.

Sul pane carasau disponi un po' del radicchio saltato, un po' di pecorino ridotto a scagliette, un po' di olive tritate; fai un'altro strato di pane carasau e ripeti (radicchio, pecorino, olive, pane carasau, radicchio, pecorino, olive, pane carasau, radicchio, pecorino, olive, pane carasau, radicchio, pecorino, olive, pane carasau, radicchio, pecorino, olive... eccetra, fino a quando la casseruola risulta piena per due terzi), ricordati di aggiungere di quando in quando alcune gocce d'olio e un po' di sale (pochino, specie se il pecorino è saporito).

Sopra all'ultimo strato di olive spargi uno strato di pane carasau non bagnato e ridotto a pezzettini; una spolverata di scagliette di pecorino sarà l'ultimo strato (però se hai due pinoli, qualche noce, tre o quattro acini di uva passa, mettili).

Metti in forno per 10-15 minuti, poi alza la temperatura (200°) e fai gratinare per 2-3 minuti: la superficie deve essere dorata.

Lascia intiepidire cinque minuti prima di servire, accompagnando con un rosè fruttato o un bianco non aromatico.

Fammi sapere.


postato da: GhanBuriGhan alle ore 14:33 | link | commenti (2)
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Segnalo con entusiasmo il neonato blog http://biancastellacroce.blogspot.com/ 

La padrona di casa lì è una grande poetessa, musicista, ricercatrice ed amica.

Baci a lei e a chi legge.

 

postato da: GhanBuriGhan alle ore 13:58 | link | commenti
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Vivo nel quartiere più bello di Firenze.

No, niente viale dei Colli, Ponte Vecchio o vista Duomo; né San Domenico né Campo Marte; nemmeno fra i villini e palazzi novecento nella zona di via Masaccio e via Gioberti.

I live in Isolotto; nella parte coi nomi delle piante, la più vecchia - viale dei Pini, via della Gaggia, via dei Rododendri.

A trenta metri da casa c'è la piazza dell'Isolotto: il centro del mondo, l'Aleph, il Cuzco. Tutto succede contemporaneamente e completamente, in piazza dell'Isolotto.

Il mercato quotidiano, i concerti o le serate di liscio sotto la pensilina, partite a ventuno che durano mesi sotto i portici, comizi, pranzi e cene, funerali e matrimoni in parrocchia commentati in diretta dalla panchina di fronte ("Accidenti 'hanta gente ripicchettata! Che è morto 'harcuno o si va a nozze?"), gli incontri della Comunità dell'Isolotto, tutte le raccolte di fondi possibili ("Il baobab della solidarietà", "Un carciofo per chi soffre" ecc.), tutte le raccolte di firme possibili ("Petizione contro il marciapiede sul quale sono inciampato mentre rispondevo al cellulare leggendo il giornale", "Diciamo no, anche contro il nostro interesse, tanto per rompere i coglioni" ecc.), tutti i tavolini politici e/o religiosi e/o sociali possibili.

Mi è dolce, come diceva il poeta, indugiare fra i banchi della verdura e della frutta quando ho tempo, ascoltare le grida-sussurri-sguardi che vi si intrecciano, comprare qua un pomodoro e una ciliegia, là - se è inverno - due gobbi o un po' di cavolo nero.

L'insieme delle relazioni fra i personaggi che animano quotidianamente la piazza produce una fenomenologia di grande interesse: qui è vigente una griglia antropologica degna di attenti studi.

In particolare è interessate soffermarsi sulle relazioni fra i diversi fruttivendoli (sono 5-6 banchi, a contatto di gomito) governate apparentemente dalle leggi della concorrenza, in realtà da quelle del rito. Non potrebbe essere diversamente se è vero che tutte le mattine da decenni, di buio e con ogni clima, sono sempre gli stessi personaggi, famiglie, dinastie a mettere in moto la piazza. E così gli sberci - "una cassa un euro!", "ce l'ho mÈglio!" - costituiscono la vetrina e danno il ritmo: i fruttivendoli di piazza dell'Isolotto fanno cartello, ma di norma hanno prodotti e qualità più decenti di quelli praticati nella grande distribuzione.

Sto facendo pesare un cartoccio di albicocche, si avvicina il giornalaio e dice alla mia fruttivendola di fiducia: "Dice la signora S., che fra poco andrà a fare il pisolino, se potete portarle la roba prima..."

La signora S. (un po' anziana e un po' pigretta) abita dall'altra parte della strada, per non essere disturbata durante il pisolino dalla consegna a domicilio di zucchine e ciliegie ha chiamato il giornalaio, l'unico in piazza ad avere il telefono - l'edicola è la sola struttura fissa - e gli ha chiesto, gentilmente, di sollecitare la consegna. Il giornalaio (altro formidabile eroe di piazza, magari ne parlerò, una volta) ha consegnato "Gente" alla cliente che aveva di fronte ed è partito immediatamente per dare seguito alla comunicazione della customer: la fruttivendola si darà da fare di conseguenza per soddisfare la richiesta della signora S.

Poche altre piazze al mondo offrono un servizio tanto efficiente.

Se qualcuno avesse ancora qualche dubbio sulle molte bellezze dell'Isolotto, consiglio la visita di un sito attivo fino a qualche tempo fa, ora meno, curato egregiamente da un isolottano d'adozione con lo sguardo attento, che abita a un paio di case dalla mia. Date un'occhiata alle tante fotografie che ci sono: www.isolotto.net, poi mi direte. Anche la foto sotto è prelevata da lì.

mercato Isolotto


postato da: GhanBuriGhan alle ore 10:37 | link | commenti (2)
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martedì, 10 giugno 2008

Dimenticavasi, nel post precedente, di steccare il pezzo de carne con pancetta prima di iniziarne l'infornazione;

perdonasi l'errore...

 


postato da: GhanBuriGhan alle ore 22:26 | link | commenti (1)
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lunedì, 09 giugno 2008

Prendasi un agnello nato e cresciuto di pecora di razza massese sulla montagna pistoiese.

Ammazzasi il suddetto, asportasi e spellasi coscio n° 1 (e qui chiedo subito scusa al 50% dei miei lettori che è vegetariano - Profe, ci vediamo al prossimo post...).

Rosolasi coscio in oggetto in olio e burro, con aglio (spicchi n° 1), pepasi, salasi, spruzzasi di vino bianco.

Trasferiscasi l'insieme testè assemblato in casseruola da forno e pongasi nel forno di cui alla casseruola a una temperatura di gradi centigradi 180-181.

Assistasi alla cottura per ore 1 e minuti primi 20 circa, alternando il lato A e il lato B dell'arto posteriore di cucciolo ovino tramite operazione che chiameremo per brevità "giramento", accompagnato da aspersione del fondo di cottura.

Prelevasi il risultato di quanto sopra e separasi dal fondo di cottura residuo.

Senapizzasi in superficie (io ho usato moutarde "Temeraire") il cosiddetto "cosciotto" e impanasi con una miscela di pangrattato e prezzemolo.

Gratinasi a gradi centigradi 230-231 il tutto, ricorrendo a "giramento" una o tre volte.

Servasi in piatti caldi, accompagnato dal fondo di cottura dopo averlo posto a ritirare in recipiente sul fuoco, con verdure gratinate.

Accompagnasi con Barbera o altro vino rosso, di corpo, di anni 3-4.

Fatto ieri. 


postato da: GhanBuriGhan alle ore 15:20 | link | commenti (3)
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domenica, 01 giugno 2008

In questi ultimi giorni ho fatto il fioraio per una grande impresa inglese che organizza eventi di alto, altissimo livello; l'evento cui ho partecipato è stato un matrimonio di straricchi.

Ho passato così cinque giorni nel Chianti, ottimamente spesato - extra esclusi-.

La notte ho dormito in un hotel ricavato da un gruppo di coloniche nel bosco (l'ultima strada asfaltata a 1,5 km...); la sera quando tornavamo in albergo, dopo una grande doccia di quelle che ti spruzzano dappertutto culoascellenucastinchicinci e puoi stare a sedere, io e i miei colleghi (un fiorentino, una coppia di brasliani, un coreano, una statunitense, tutti moolto più giovani di me) ci trovavamo per un grondino o un vinello in lingua franca.

Siccome eravamo evidentemente estranei al normale target dell'hotel, il personale ci ha preso a benvolere, e ci allungava ogni tanto un birrino o un calicino gratis.

L'hotel affaccia su un torrente che di notte ti culla con il suo scroscio leggero, e la mattina ti svegli con il canto degli uccellini; non scherzo: una notte il verso del daino in amore ci ha accompagnato al momento di dormire.

Maggio è un mese di pienezza: papaveri ed orchidee selvatiche cantano strofe all'allegagione dei grappoli nei vigneti.

Ci siamo fatti un culo come un paiolo.


postato da: GhanBuriGhan alle ore 23:12 | link | commenti (6)
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sabato, 10 maggio 2008

Dice: c’importa una sega della tua autobiografia!

 

E, in effetti, non posso che essere d’accordo.
Quello che segue è un frammento di un mio scritto di qualche anno fa, l’incipit di un romanzo abortito che si ispira a ricordi d’infanzia.
Cercavo qui di dare forma scritta alla percezione della realtà che avevo da bambino, molto lontana da quella che ho ora e da tutte quelle che si sono susseguite nelle mie diverse età.
Non l’ho mai cancellato, si vede che ci trovo qualcosa di buono.
Qualcuno di voi lo conosce già, porti pazienza.
Baci.
 
***
 
La casa è grande, piena di nicchie in cui si accumulano pulitori per ottoni di ottoni inesistenti, sali minerali per remote purghette, chiodi e candele.
Ogni nicchia ha il ricordo di un odore, ogni stanza l'odore di una nicchia.
In un cassetto ci sono colli di paltò di volpe e di visone, in un altro (mitico e segreto) la Beretta del nonno che non ho conosciuto.
Ci sono almeno due porte sul mistero, una si apre dal giardino, ed è quella della cantina; l'altra è grande e porta nel solaio.
In cantina il pavimento è di terra battuta impregnata di odore di vino versato durante anni ed anni di travasi, c'è una lampadina ma tutto è così scuro che della luce rimane solo un debole alone che disegna il bassorilievo dei tini, le bottiglie polverose, la macchina per tappare. Oltre il cerchio della luce la cantina potrebbe estendersi per chilometri, mai e poi mai arriverei al muro sul fondo completamente in ombra, anche se so che è vicino.
Nel cono di luce potrei restare per ore.
È oltre le mie possibilità invece salire in solaio di notte: l'ho visto solo di giorno,
c'è una prima stanza magica, oltre la porta, nel vano delle scale; c'è un comò pieno di oggetti perduti.
Le scale, una quindicina di gradini, di legno – cigolio - finiscono con una porta ricavata sul soffitto: per entrare in solaio si apre questa seconda porta, orizzontale.
Una volta aperta la porta si fanno gli ultimi scalini e si sente un odore vecchio, di polvere, secco.
C'è una luce bianca che filtra dalle finestre del sottotetto.
Travi che poggiano su colonne; la carrucola fuori dalla finestra a cui mi affaccio e che mi sembra altissima sul giardino e sui campi lì attorno; un sacco di grano del tempo in cui nelle case c'erano ancora sacchi di grano, bucherellato da visite di topini, che sparge un po' di semi lì attorno; materassi vecchi, mobili inutilizzati, una stanzina ricavata tirando su un tramezzo.
Nella stanzina c'è un abbaino che porta molta luce sulle pareti bianche e il rumore intervallato delle automobili sulla via Emilia; un armadio e un baule pieno di vestiti e libri vecchi; nel baule una volta ho trovato un sacchetto pieno di monetine fuori corso, un tesoro.
 
 

postato da: GhanBuriGhan alle ore 20:23 | link | commenti (4)
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mercoledì, 07 maggio 2008

Che piacere trovare i vostri commenti/saluti!
Spero di avere il fiato per continuare a postare di quando in quando.
Questa sera però non ce la faccio.
E poi voglio andare a letto a leggere qualche riga del mio libro.
Da alcune settimane sto conducendo una interessantissima rilettura integrale di tutto l’edito sul commissario Montalbano, in ordine di uscita.
Lo so, lo so, non sarà una lettura d'avanguardia, ma è ben scritto, avvincente.
Lo so, lo so, è diventato un po’ nazional-popolare, ma è più colpa di chi lo legge che di chi lo scrive.
Lo so, lo so, Proust è un’altra cosa, Borges è grande letteratura, ma ora i cabasisi mi avete scassato, vi siete amminchiati con questa storia che io dovrei leggere solo cose impegnative e non arrimazzarmi fra i linzoli spiegazzando le copertine blu di Sellerio.
Vi saluto e mi catamino, nicaleddri,
personalmente di persona,
 
GannoBburriGanno

postato da: GhanBuriGhan alle ore 23:53 | link | commenti
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venerdì, 02 maggio 2008

I simpatici lettori che mi conoscono da tempo, sanno che cos’è una kena (o quena, o k’ina, ma sono possibili anche altri nomi e grafie).
Si tratta di un flauto diritto, con imboccatura a tacca, utilizzato in area andina, dal suono suggestivo e vibrante (a meno che a suonarlo non ci sia io, nel qual caso fuoriescono incontrollati fruscii e striduli guaiti).
Alcune delle ormai numerose età della mia vita sono state segnate dalla presenza di una quena; anche in questo momento c’è una kena a meno di un metro da me, ma non mi permetto più di suonarla.
 
Uno dei personaggi che più hanno segnato la vita civile della mia città è stato Ernesto Balducci, sacerdote alla Badia Fiesolana; attorno alla sua predicazione e ai suoi scritti sembrava potersi coagulare il pensiero di un mondo diverso in cui la realizzazione di sé fra gli altri fosse un processo possibile per ogni uomo di buona volontà.
Erano altri tempi, anche se non così lontani.
 
Il gruppo musicale di cui facevo parte era periodicamente ospite della Badia Fiesolana: una volta eseguimmo brani dalla Messa Contadina del Nicaragua, altre volte il nostro repertorio di musica meticcia, andina e, più in generale, latinoamericana.
 
Quando Ernesto Balducci perse la vita in un incidente automobilistico noi Runa Simi portammo alla Badia il nostro saluto in musica nel corso di una cerimonia tesa e commovente.
Uno dei brani che eseguimmo era un Takirari, ce lo avevano insegnato dei ragazzi boliviani che percorrevano l’Europa in quegli anni e, da quel momento, fu chiamato Takirari per Ernesto (non sto a raccontarvi cos’è un takirari, basti sapere che era il brano più dolce e vibrante che suonavamo). Alla kena (o quena, o k’ina) c’era il mio amico Silvio - il fatto che questo sia o meno uno pseudonimo non ha più molta importanza – io suonavo il bombo (avete indovinato: è un tamburo), Riccardo (pseudonimo?) il charango – cos’è il charango lo spiegherò un’altra volta – e Biancastella e Silvano (questi sono sicuramente nomi di convenzione) la chitarra, se non ricordo male.  
 
Quando finimmo il pezzo nessuno in tutta la Badia Fiesolana aveva gli occhi asciutti: credo che quello sia stato il momento più alto di tutta la mia lunga e infruttuosa carriera musicale; lasciai la mia kena (o quena, ecc.) sulla bara di Ernesto Balducci, come fiore, come saluto, come viatico per un cammino che lui forse conosceva, ma io no.
 
.   .   .
 
Qualche mese fa sono andato alla Badia come fioraio; dovevo smontare le decorazioni di un matrimonio appena celebrato (…come cambiano i nostri ruoli, i nostri lavori!).
Il sacerdote che ci assisteva era davvero gentilissimo, un uomo di buona volontà, direi.
Gli raccontai l’episodio della kena ( o quina, o kenakena …), come l’ho raccontato ora.
Lui mi disse di seguirlo e mi fece gentilmente strada.
Oltre la parte della Badia Fiesolana dedicata all’emeroteca si trova una cappellina, semplice e appartata, dove i sacerdoti della Badia, per tradizione, si raccolgono in preghiera.
Posata su un inginocchiatoio c’era (e c’è ancora) la mia kina (o quena …), con la sua fascetta di lana in sfumature di viola, dopo quindici anni.
Ho chiesto il permesso di suonarla, l’ho avuto, e sono uscite le cinque note più nitide che io abbia mai prodotto con questo strumento, l’attacco del Takirari per Ernesto…
 
Ho riposto la quena (…) e sono tornato a fare il fioraio, dopo un inchino emozionato al gentile sacerdote.

postato da: GhanBuriGhan alle ore 23:14 | link | commenti (6)
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