Dove si incontra a volte chi esercita intermittenza.
Mi è arrivato da qualche giorno il nuovo numero di Collettivo R/Atahualpa.
Si tratta, probabilmente, della più longeva rivista cittadina: esce ininterrottamente da 39 anni, e mantiene costanti il suo impegno, consistenza e qualità.
Assieme alla rivista due preziosi doni, una raccolta di racconti di Roberto Nistri edita dalla rivista stessa, e la silloge Sognando Estoril di Anna Vincitorio, di cui il direttore responsabile di Collettivo R/Atahualpa Luca Rosi ha curato la versione in spagnolo.
Regalo al mio blog una delle poesie, sperando di non urtare nessun copyright:
Rondini/Golondrinas
Solitudine di rondini
dal volo tronco
Si stria di rosso
il cielo estivo
Ancora voci,
voci azzurre
nel perlaceo luccicare
del cielo
Ma dove sei?
Inseguo la tua ombra
nelle sopite memorie
della giovinezza
Apparivi d'improvviso
Ora non sei
C'è solo l'acqua
Che tracima i ricordi
Un'amica mi chiede cosa penso di Debora Serracchiani.
Che dire?
Veltroni mi è sempre piaciuto abbastanza, ma non ho amato il PD sul nascere, perché con la sua stessa nascita ha innescato la caduta del governo di centrosinistra, e ha poi determinato l'eliminazione di ogni soggetto alla propria sinistra, senza scalfire minimamente il dominio assoluto della PDL.
E non ho amato il PD nemmeno nelle fasi successive, perché i vari caperelli in cerca di visibilità hanno pensato solo a sgomitare e a alitare sul collo di Veltroni, anzichè fare quella poca opposizione che è possibile fare in parlamento e, soprattutto, tornando fra la gente, sui posti di lavoro, nelle piazze.
Un esempio su tutti il nostro baffino D'Alema, che è tornato a graffiare (un po') la maggioranza solo dopo le dimissioni di Walterone (prima aveva sempre da operare i suoi distinguo e i suoi "io però farei diversamente"). O quello che è successo nella nostra città rispetto al balletto delle primarie, che consegneranno la città a un sindaco eletto coi voti della destra (perché è un sindaco di destra).
Sono sconcertato, peraltro, da quello che la sinistra sta imbastendo, in città e nel paese: ansia di dissolvimento, non ho altre spiegazioni.
Dentro di me, nel profondo, non sono più di nessun partito.
Se penso a Rifondazione o ai Comunisti Italiani (dei quali peraltro ho perso le ultime traiettorie e non so più in quali e quante formazioni si raccolgano adesso), vedo vecchi vizi di staticità, un rapporto sclerotico con la realtà che cambia, un'incapacità di andare a fare cortocircuito là dove ce n'è bisogno; in particolare in questi mesi in cui, con le tasse pagate dai lavoratori, in tutto il mondo occidentale si è fatto del socialismo a salvaguardia delle banche, vero e proprio mutuo soccorso (come quello delle antiche società operaie) a vantaggio della finanza (cose 'e pazz'...).
In questa situazione le scintille di speranza (come Debora, certo!) sembrano grandi falò, speriamo che non siano sommerse nel presente mare di arrivismo e di politica professionale, sostenuta da interessi forti che solidali e democratici, davvero, mi è difficile immaginarli. Credo che alla base di tutto ci siano errori di fondo, e l'adagiarsi su una prassi mutuata dalla peggior tradizione democrista, un vivere la politica non come servizio ma come modalità di affermazione personale, ricerca di potere da far pesare nel corso dell'esistenza, delle esistenze particolari.
E poi c'è Berlusconi, che sa sempre perfettamente quello che fa; sa come fare per fare male; da ometto ridicolo e maleducato, riesce a tenere in mano questo popoletto ridicolo e maleducato; riesce a tenere in uno scacco duraturo (come raramente avevamo visto) le forze che dovrebbero contrastarlo.
E allora viva Debora! Intanto perché e donna (che Iddio la benedica, la pancia e la bellica!) e giovane (meno di quello che sembra), e poi perché sembra avere grandi capacità di imporre freschezza ed efficacia al suo intervento.
Spero che i suoi colleghi, invidiosi della sua attuale visibilità, non la ammazzino a gomitate, come hanno fatto con tanti altri. E spero che questa sua nitidezza resista per tutto quello che c'è da rimettere in piedi.
Nei prossimi mesi vorrei vedere 10, 100, 1000 Debora costruire il racconto della fine di un epoca tanto triste e grigia per chi crede che è possibile un uomo migliore anche in Italia.
Vi abbraccio e spero.
http://www.youtube.com/watch?v=yZYzDQeH_vQ&NR=1
Per ora non mi ero occupato mai di politica esplicitamente, ma finalmente ho una buona notizia, trovata spippolando sul web: Mastella è tornato all'ovile!
Spero che tanti altri democristi di centro e centrosinistra, più o meno ladri e più o meno poltronari lo seguano, che fanno più danno dove stanno che all'altra parte.
Ciao Clemente, se non torni non staremo in pensiero!
Ne approfitto per salutare i miei carissimi e pochissimi lettori, con un abbraccio.
Runa Simi.
È un gruppo attivo da molto, molto tempo.
Sono tutti italiani (con qualche tentacolo qua e là puntato oltre l'Atlantico). Declinano a loro agio le molte correnti della musica del continente sudamericano, ma negli ultimi tempi stanno lavorando soprattutto sulle espressioni dell'area andina. Diciamo che il loro repertorio attuale spazia fra Ecuador, Perù, Bolivia, Cile, Argentina.
Ognuno di loro ha un'esperienza almeno decennale - ma per la maggior parte ventennale o trentennale - e un palato finissimo per i sapori della bandolina, della kena, del ronroco. Suonano decine di strumenti, provenienti dalle loro ricerche, dai loro viaggi, dai loro laboratori di liuteria. Portano con sé cultura, studi e gusti diversi. C'è chi ha seguito soprattutto la musica d'autore e chi ha condotto minuziose ed appassionate ricerche sul campo; chi si è appassionato a questi colori di passaggio e chi segando e piallando ha ricomposto i suoni che amava nel legno vivo, chi insegue un altro mondo nei tasti della sua chitarra.
Non si tratta di turisti della sonorità esotica. I fini di lucro destano in loro lo sghignazzo, il lazzo, il pernacchio. La loro è passione: pura, lenta e costante.
Come ho già raccontato da qualche parte, sono stato un Runa Simi anch'io, così stasera sono andato alle prove a trovarli; di corsa.
La loro sala prove è nella bella mansarda di uno di loro; mentre salivo le scale le note di un Sanjuanito (se non mi sbaglio) mi piovevano addosso, rimbalzevoli e liquide. Mi sono trattenuto un po', in modo da non arrivare che a brano finito, per non interrompere la concentrazione e il trasporto dei Runa Simi.
Mentre ballucchiavo sui gradini, da una porta a primo piano ho visto i capelli lunghi della bambina di casa fare capolino. Si nascondeva dietro lo stipite della porta e mi teneva d'occhio. Un occhio sorridente. Le ho chiesto: "Ti piace?" e lei ha annuito, con molta decisione. Le piaceva davvero tanto. È così uguale al padre che mi sono chiesto che dimensioni dovrebbe avere una chitarrina proporzionata a lei, visto che quelle che suona lui sono già minuscole.
Sono salito quando le ultime note si sono spente.
Coi Runas mi vedo troppo poco - difficile approfondire - e così in quei momenti ripeto con demenza le stesse battute da circa quindici anni. Penso che si siano fatti l'idea che io sia molto più rincoglionito di quello che simulo di non essere...
Qualche pezzo per preparare il loro prossimo concerto, che sarà all'Auditorium del Collegio di Santa Chiara a Siena - anch'io ho sbatacchiato qualche strumentino seguendo una sintassi che non ho mai padroneggiato, e oggi ancora meno, e cercando di disturbare il meno possibile.
Dopo troppo poco tempo li ho lasciati attorno alla tavola, che cenavano. Io non so se sentono che, già a casa da un pezzo, li sto ancora abbracciando.
Mi raccomando: Siena, Auditorium del Collegio di Santa Chiara - Università di Siena, Venerdì 27 febbraio 2009 ore 18:00 - RUNA SIMI IN CONCERTO
A proposito: http://www.runasimi.it
È piccola, i suoi fianchi sono più bassi del tavolo su cui prepara la sfoglia.
Quando i tortellini da fare sono molti qualcuno viene ad aiutarla; la fortuna più grande è quando viene sua sorella maggiore identica. Allora è come se fra le due si trovasse uno specchio; ciascuna impasta la sua sfoglia e i movimenti sono perfettamente simmetrici: si inclinano verso l'esterno poi convergono, e verso l'esterno, e convergono. Perfettamente. Perchè la sfoglia è perfetta e loro anche. Tonde e perfette.
Poi lei deve riposare (la sfoglia - non mia nonna), e noi intanto diamo un'occhiata al ripieno - che non deve essere troppo asciutto, non troppo umido, giusto di sale e senza acuti - e alla pentola del brodo, che avremo fatto il giorno prima in modo da poterlo sgrassare con agio, ora che è freddo il grasso e coagulato.
La sfoglia funziona come un igrometro; se la giornata è ventosa, secca, non è adatta per i tortellini, perché sarà complicato chiuderli a triangolo ermetico ed isoscele attorno al ripieno; meglio una giornata con qualche nebbia ristagnante fino a tardi, verso le prime ore del pomeriggio quando comincia a calare la nuova nebbia della sera.
Mentre la sfoglia finisce di riposare in questa giornata di perfette brume, diamo uno sguardo attorno e constatiamo lo sfacelo. Mia nonna quando fa la sfoglia sparge farina su tutta la via Emilia, dalle Due Madonne fino a Toscanella. Il ripieno a volte si trova sul lampadario, sul vaso da fiori davanti alla fotografia del nonno Sereno che gioca col cane a farsi mangiare le scarpe e, ovviamente in piccole dosi, in tutte le stanze dalla casa; financo nel pollaio che ora funge da legnaia ma che si chiama ancora pollaio anche se da almeno due-tre lustri non ospita volatili.
Dopo il tempo giusto del riposo, giusto giusto, la sfoglia chiama e vuole essere tirata.
E diventa metri quadri, ste caz ed spoiia. In qualche minuto, senza fretta e con scienza; scienza fretta.
Siamo già pronti col rotellino zigrinato a tagliare i quadretti su cui metteremo il ripieno (esponendo all'aria poca sfoglia alla volta, perché non asciughi, lo sappiamo già).
Bisogna ora piegare il quadretto a metà - sapevamo anche questo, da qualche paragrafo - e ora, attenzione: si fa combaciare il lato A di uno dei due angoli acuti con il lato B dell'altro angolo acuto pressando perché si attacchino. Questo determina la chiusura del tortellino su di sé e l'armonica flessione del terzo angolo, quello retto, come un ricciolo un petalo al soffio. Il tortellino è pronto per essere lasciato asciugare qualche ora o anche un giorno, prima di cuocere nel brodo nient'altro che il brodo.
C'è chi riesce a farli con una mano sola, lavorando col pollice e l'anulare attorno al mignolo così vengono più piccoli - e quindi più pregiati; la mia razza no, li fanno appena un po' più grandini, ma vanno bene così. Io ne mangio sempre un piatto anche per nonno Sereno, che non ho conosciuto.
Avrà riposo l'angoscia, fin quando potrò ricordare tutto questo.
Si tratta di rompere il ghiaccio dopo molti mesi.
Sono piccole note scritte aspettando.
Che cosa? Di tutto.
Mi sono venute in mente alcune delle mie città.
FIRENZE
Frettoloso, di solito percepisco la città in cui vivo soprattutto là dove respira, nei suoi spazi più dilatati. Non posso attraversare un ponte sull'Arno senza dedicare un pensiero a tutta questa bellezza, al mistero di come ha potuto coagularsi qui, fra questa gente chiusa e calcolatrice, la generosità del Battistero, la prodigalità della Torre d'Arnolfo, il miracoloso funambolismo di una piazza cosiddetta minore e della sua chiesa: S. Frediano in Cestello. E poi c'è la città angusta, con odori di fogna romana e urina medievale. Qui per trovare la bellezza profonda, la pulsazione della pietra serena e dei giallini, è necessario tempo, indugio, perdersi.
LISBONA
Lisbona con tutti i cantieri dell'EXPO' 98 è un'alra delle mie città. Passeggiavo a ore da un capo all'altro di questa intersezione di piccole città che formano un grande corpo, in cui spiccano alcuni punti di riferimento. Ponte 25 Abril, Castelo, Rossio, Belém. Nitidi colori e rumori, luce da oceano imminente. Lisbona pronta a partire.
BOLOGNA
Mi è negata Bologna. Se è possibile capire una città, ebbene, io Bologna non l'ho mai capita. Ci sono le mie radici; per questo, forse, stento a scoprirne il divenire, a sapere dov'è, adesso, e se c'è un portico che possa ancora difendermi, rimbombare la mia voce, lasciarsi percorrere vibrante e distratto.
Con l'amaro sorriso di bonomia delusa di un anziano salumiere che abbassa la saracinesca per tornare a casa.
SANTIAGO DE CHILE
Un altro mondo impossibile. Si percorrono pietosi paseos circondati da impietoso traffico circondati da nuvole di bambini incravattati circondati da ondate o sciami di ragazzine coi calzini. Ansia d'oblio, di cristallizzare un passato, distaccati, senza niente a che vedere con quest'oggi e quel domani. L'intreccio delle micro intrica i cammini rapidi di tutti.
PARIGI ERO TURISTA
Conosco questo gruppo musicale cileno da trentaquattro anni, ho visto e ascoltato (goduto, insomma!) decine di loro concerti, ne ho seguito la traiettoria – esili, musica, percorsi, ritorni, voci, divagazioni, strumenti, separazioni, poesia – in modo abbastanza attento.Questa ricetta l'ho inventata io, almeno credo.
Perché non è sempre facile sapere se uno ha inventato, in cucina; magari ci si impegna, si assemblano parti, si congetturano contrasti ed armonie di sapore, per poi scoprire di avere realizzato un ovo a i' tegamino.
In ogni modo, quando ho proposto per la prima volta questa ricetta mi pareva di inventare, e fino ad oggi non ho avuto notizie che esistesse di già.
La scrivo anche, come promesso a qualcuno (baci e arrivederci), perché non contiene nessuna parte di bestia morta.
INGREDIENTI
Pane carasau; radicchio rosso; olive nere; pecorino di media stagionatura; spicchio d'aglio; sale; olio (lo dico? extra-vergine d'oliva) - eventuali pinoli o noci e uvetta.
RICETTA
Devi prendere una padella e fare soffriggere in poco olio l'aglio intero (se lo schiacci un po' va anche meglio), quando è appena dorato metti il radicchio rosso tagliato a listarelle; fallo saltare fino a quando raggiunge un colore bruno-tabacco; spegni il fuoco e togli l'aglio.
Accendi il forno a 180°.
In una casseruola da forno metti una goccia d'olio e spargila su tutto il fondo, ciucciati il dito. Passa per un brevissimo istante un foglio di pane carasau nell'acqua e sistemalo sul fondo della casseruola.
Sul pane carasau disponi un po' del radicchio saltato, un po' di pecorino ridotto a scagliette, un po' di olive tritate; fai un'altro strato di pane carasau e ripeti (radicchio, pecorino, olive, pane carasau, radicchio, pecorino, olive, pane carasau, radicchio, pecorino, olive, pane carasau, radicchio, pecorino, olive, pane carasau, radicchio, pecorino, olive... eccetra, fino a quando la casseruola risulta piena per due terzi), ricordati di aggiungere di quando in quando alcune gocce d'olio e un po' di sale (pochino, specie se il pecorino è saporito).
Sopra all'ultimo strato di olive spargi uno strato di pane carasau non bagnato e ridotto a pezzettini; una spolverata di scagliette di pecorino sarà l'ultimo strato (però se hai due pinoli, qualche noce, tre o quattro acini di uva passa, mettili).
Metti in forno per 10-15 minuti, poi alza la temperatura (200°) e fai gratinare per 2-3 minuti: la superficie deve essere dorata.
Lascia intiepidire cinque minuti prima di servire, accompagnando con un rosè fruttato o un bianco non aromatico.
Fammi sapere.
Segnalo con entusiasmo il neonato blog http://biancastellacroce.blogspot.com/
La padrona di casa lì è una grande poetessa, musicista, ricercatrice ed amica.
Baci a lei e a chi legge.